Il blog di Mailer


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Il cielo stellato sopra di noi...

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giovedì, settembre 30, 2004
 
Prendo atto solo oggi, a distanza di quasi un mese - e causa vicissitudini personali -, di quanto esposto nel precedente post. Rassegno perciò formali e inderogabili dimissioni. Grazie a tutti e arrivederci.
postato da mailer | 22:10 | commenti (3)


giovedì, settembre 02, 2004
 
Mi riaggancio alla blogosfera dopo tre mesi e cosa trovo? Il solito fascistello che litiga col solito comunistello, neanche fossero Peppone e Don Camillo; Palmiro che rinuncia alla NAMSI per crearsene una privata, copulativa e domestica; Trenta che è palesemente in ferie, intrippato dalle sue Centomila. Un po' le solite storie, insomma. Però il fascino di questo mezzo di espressione telematico sta tutto qui: il "non c'è niente da dire" viene sublimato, diventa, suo malgrado comunicazione. Il blog è un caso chiaro in cui conta il linguaggio, non chi lo usa. Il blog va da sè. E' questo il bello. Infatti provo spesso disagio a leggere post di bloggers che in fondo mi raccontano solo e stucchevolmente gli affari loro, mentre gli stessi bloggers si dimostrano intelligenti e arguti quando commentano i post degli altri. E' come se fosse un po' tutto fuori sincrono , tutto come "post"datato. Ma sono di certo io a essere inadeguato al mezzo, a non essere nè veloce nè moderno.
postato da mailer | 21:48 | commenti (1)


mercoledì, settembre 01, 2004
 
Solo per esporre la mia comprensione, il mio rammarico, la mia gratitudine a quei pochi curiosi che, per mesi, hanno visitato una cattedrale vuota.
postato da mailer | 22:46 | commenti


sabato, giugno 05, 2004
 
E non state tanto a lamentarvi: se non c'ho voglia non c'ho voglia!!
postato da mailer | 23:12 | commenti (4)


domenica, maggio 09, 2004
 
E allora il mondo si scanna su questo: cosa sia o no tortura. Io una risposta ce l’avrei. La guerra è tortura. Ogni guerra è tortura. Non c’è guerra senza tortura. Il resto sono palle, immense e stucchevoli palle. Se è vero che c’è differenza nel morire, che si può morire “bene”, con dignità, con coraggio, persino con una qualche forma di eroismo non “convenzionale”, è altrettanto vero che non c’è differenza nell’ammazzare. Ditemi, un colpo alla nuca è più o meno “umano” che un’impiccagione o un’impalatura? Vorrei saperlo da Rumsfeld, da quelle teste di cazzo della Banda B&B, da quegli impareggiabili esperti militari che chiamano in televisione. Non confondiamo la causa con l’effetto. La tortura, le torture, sono un effetto, la causa scatenante è la guerra. Volete la causa?, e allora non siate ipocriti e prendetevi gli effetti. E accettatene le conseguenze.

postato da mailer | 22:05 | commenti (1)


domenica, maggio 02, 2004
 
“ Il futuro non è più quello di una volta” sta scritto su un muro dell’amena città di Udine. E, chissà perché, mi viene in mente un’altra città, mi viene in mente Sarajevo, mi viene in mente quando, con Sandro e Nico, abbiamo pranzato in una trattoria del quartiere turco, pulito che ci potevi mangiare in terra. Accanto a noi stava una tavolata di persone anziane, con i loro pantaloni di velluto, le dolcevita dai colori pastello e le giacche un po’ stinte che avevano attraversato l’assedio. Parlavano composte, educate, con lunghe pause che interloquivano con le parole, con i loro discorsi. Parlavano col silenzio, si può dire. Sapemmo poi che ciò che avevamo solo immaginato corrispondeva al vero: a quel tavolo si parlavano dei musulmani, dei cattolici, degli ortodossi, un ebreo. Parlavano col silenzio, parlavano in silenzio, parlavano al futuro. Non c’è altra strada, ditelo forte, non c’è altra strada, perché il futuro sia ancora quello di una volta, perché ci sia ancora un futuro.
postato da mailer | 16:53 | commenti


domenica, aprile 25, 2004
 
Mi sono seduto dietro la scrivania e le ho guardate.” Erano anni che sognavo di farlo” ho detto, esordendo goffamente con una bugia. Avrei potuto fare l’insegnante, ma a suo tempo ho deciso in altro modo ed ora quest’occasione mi è offerta grazie ad un accumulo di credibilità e autorevolezza (certo un po’ millantata) conseguita in anni di scritture e di concerti. Mi siedo e le guardo. Austriache, molto austriache, con acconciature scomposte ed improbabili, molto bionde, molto distanti, un po’ trascurate. Cerco una con lo sguardo, una che possa rassicurarmi mentre parlo, una da fissare, una a cui rivolgermi in modo complice. La più prossima a me, a due metri, è una giunonica valchiria dalle labbra a righello ed il naso arcuato – i boccoli biondi, troneggianti sul collo. E’ inquietante, ma dietro di lei c’e Concetta, capelli corti castani, una fatua dolcezza nello sguardo e un pallore troppo evidente. Fa di sì col capo. Mi guarda, prende appunti: parlo con lei. “I primi tempi, a scuola, mi chiamavano Zonzetta, pronunciavano il mio nome alla tedesca, non capivano” mi dice a pranzo, seduta accanto a me, che rimango impassibile di fronte all’orrore di quella storpiatura, fingendo di ignorarlo. Immagino un’ascendenza italiana, ingannato dalla compiutezza del suo vocabolario, ma immagino male: mi racconta di suo nonno che amava la raccolta delle olive in una tenuta di amici, in Toscana, mi racconta della figlia di un fattore, di origine sicula, di una sua figlia Concettina, mi racconta dei suoi che amavano quel nonno bizzarro, al punto di celebrarne le amicizie italiane con un battesimo così inusuale. Era una bella storia, ma non sono certo di non essermela inventata. Concetta, con un collo agile e sinuoso e un paio di pantaloni con un disegno di ciliegie mature che si vantava d’essere di un noto stilista italiano. Con il gruppo seguente, Wanda o Wilma, non ricordo, e mai nome fu più appropriato. Tozza, il culo largo, i denti disordinati, suadente come un carrettiere. “Quando sono felice mangio, e quando mi sento frustrata, invece, mangio” mi dice, seduta di fronte a Concetta - che ha seguito quando ha intuito che lei seguiva me, in un moto di sciocca gelosia, non per me, ma per la giovinezza altrui. Goffa e fulminata come un’Osram un po’ vecchiotta, è patetica non per il disfacimento, ma per la trascuratezza con cui l’accompagna. Non riesce ad essermi simpatica neppure quando, nel bel mezzo della lezione, le suona il telefonino, non una, ma due volte, ed è incapace di spegnerlo. Mi chiede il mio libro e guardandomi con i suoi occhi bovini ne liscia col dorso la copertina. E’ un’ostentata lascivia che mi intenerisce, perché non le appartiene, perché è un atteggiamento: “ Quando ero ragazzina, voi italiani, mio papà vi teneva lontani con il Flobert e voi gli gridavate: nazista! “. Gli dico solo di sì, che ne ero certo, ma che io non c’ero, non ci sarei stato. Con il terzo gruppo viene Olga e mi accorgo che mi sudano un po’ le mani. Ha i capelli scuri e gli occhi scuri, la pelle scura, mediterranea. E’ di Graz. E’ bella, la più bella. Mi chiedo, guardandola, “Dove inizia la geografia di una donna?”, come scrisse Tabucchi, e senza accorgermi, seguendo il mio pensiero inizio a parlare di Tabucchi, mi impantano, mi sfrondo, rimango senza foglie verdeggianti da esibire, sono uno stupido animale corteggiatore con una livrea banale. Capisco che lei ha pena di me, chissà quanti ne ha visti di tipi così. Eppure il pensiero della cartografia non mi abbandona, una cartografia del suo corpo, disegnarne gli anfratti, le spigolature, i nascondigli, le ampie vallate, l’orografia sentimentale. Mi sorride, ha i denti perfetti e ,dietro, intuisco una lingua tagliente come lo sguardo. Disegnarne i fiumi, le loro piene, i vortici delle cateratte, le pianure alluvionali e gli estuari, i matrimoni delle acque dolci e di quelle salate, le lagune pescose come un abbraccio. Mi porge la sua mano, mi dice arrivederci in un italiano senza accento, so che no ha fatto molto caso a me e neppure a ciò che ho detto. C’è qualcosa o qualcuno di più importante, altrove, non qui, qualcuno che sa disegnare molto meglio di me.
postato da mailer | 22:53 | commenti


martedì, aprile 20, 2004
 
Mi dispiace, non posso fare a meno di tornarci. Sulla bandiera, dico. La bandiera italiana che sventola nei cortili delle case dei sequestrati di Falluja. Non c'è mai stato, dal dopoguerra in poi, un tale dispiegamento di bandiere. E' perchè è rinato l'amor di Patria? Ma non c'è mai stato, dai. Non in Italia. E' perchè la patria protegge e ci coccola? In questo caso Patria è sinonimo di Potere, e il potere, si sa, protegge solo se stesso. Per definizione. E allora, questi, vogliono farceli passare per eroi, questi che erano in Irak con le armi in pugno a proteggere non la Patria ma gli interessi di qualcuno. Potente, immagino. E a difendere i loro interessi personali, un buon stipendio a fine mese ed anche un po' di gloria. Tutto legittimo ed incontestabile. Ma l'eroismo è qualcos'altro. Allora erano eroi straordinari pure i minatori di Marcinelle, morti a centinaia (e morti per la Patria perchè la Patria là li ha mandati a morire), doppiamente oscurati dalla Storia e dalla terra che li ha sepolti. Per loro nessuna bandiera ha sventolato, in nessun cortile. Perdonatemi il populismo un po' scontato ma era solo per fare un esempio.
postato da mailer | 14:25 | commenti (2)


sabato, aprile 17, 2004
 
Chi ha messo in mano al padre di Fabrizio Quattrocchi quella bandiera? La bandiera italiana. Quale mano ha armato in modo così cialtrone il dolore di un padre? La bandiera italiana sventola in mezzo a un gruppo di persone piangenti che sostano per protesta in mezzo ai binari. Forse ostentare il proprio dolore sotto la bandiera rassicura, protegge, fa sentire la patria più vicina. Esattamente quello che non è accaduto a Baghdad. Quattrocchi è stato truicidato idealmente sotto quella bandiera; lui stesso vi si è avvolto dentro con orgoglio. Quella sua frase però era superflua e inesatta, incute rispetto ma ingenera diffidenza: mi ci ha messo anche me dentro quella bandiera, anch'io a pronunciare quella frase. Non ci sto. Io sarei morto vigliaccamente piangendo e chiedendo pietà. Ma altrettanto probabilmente non sarei mai andato in Irak con le armi nella fondina. Non foss'altro per questo, chiedo l'identico rispetto.
postato da mailer | 22:28 | commenti


domenica, aprile 11, 2004
 
Che bella la quotidianità, le piccole cose insignificanti: mia madre che mi spiega gli ingredienti del pasticcio di asparagi, sapendo che non mi interessa e che lo mangerò malvolentieri; le strette di mano augurali a persone che detesto senza parsimonia; il rallegrarsi di una brace di sole, al mattino. Tutto qui? E perchè no? La quotidianità ci appartiene, siamo noi, è la nostra vita. E' la Vita, in assenza del resto. Volerla dividere è come voler cambiare in spiccioli il VALORE di una moneta da Cinquecento euro. Un sciocchezza. Come il voler dividere in ore l'eternità che ci avanza e che siamo stati.
postato da mailer | 13:59 | commenti